Sostenibilità

Ne parlano tutti. Con competenza, quasi sempre. Si tratta senza dubbio di un concetto trasversale, e pertanto applicabile anche al nostro mondo. Mi colpisce sempre quando, prima ancora dei dettagli tecnici, nel corso di eventi di presentazione di nuove macchine è illustrato l’andamento economico-finanziario dell’azienda (e/o del gruppo), impostandolo invariabilmente in termini di crescita, nella gran maggioranza dei casi intendendola però esclusivamente in termini di aumenti del fatturato e di unità vendute e, talvolta, di investimenti in ricerca e sviluppo. Anzi, quasi ci si scusa se, a causa della (perdurante) crisi finanziaria ed economica di questi ultimi 3-4 anni, si è registrata un de-crescita, o quantomeno una stagnazione. Beninteso, l’intento è lodevole, e per certi versi obbligato: se un’azienda non vende, alla lunga non può andare avanti. La logica del profitto è ferrea, impera. Eppure, sono convinto che la crisi che stiamo vivendo rappresenti una formidabile occasione per (ri)pensare al concetto di “crescita”. Proprio nei termini della sua reale sostenibilità, che in tal caso può concretizzarsi in molti modi, in parte già a vari livelli messi in pratica da alcuni degli attori dell’ambito agricolo. Senza la minima pretesa di essere esaustivo (anche per ragioni di spazio), si può provare a tratteggiare alcune “ipotesi di lavoro” in tal senso, per i principali protagonisti della filiera. Si può iniziare dai costruttori, che potrebbero già in fase di progettazione pensare sistematicamente a macchine che oltre ad essere “risparmiose” nei consumi energetici (in primis quello di combustibile) e “pulite” per quanto riguarda le emissioni inquinanti dei gas di scarico (e anche di CO2), dovrebbero essere fabbricate con materiali e processi dal minimo impatto ambientale, e con la massima potenzialità in termini di riuso e riciclo di apparati, organi e componenti. Qualcosa in verità si sta già facendo, ma ci sarebbe ancora parecchio da imparare dai “cugini” dell’automotive, che sono un bel po’ più avanti. Poi ci sono i dealer, l’indispensabile anello di congiunzione tra l’attore primario, il produttore del macchinario e l’utente finale. A loro il compito (anche etico) di non spingere solamente a più non posso sulla commercializzazione del nuovo, ma di saper gestire in modo intelligente l’usato. A scapito, certo, di una parte del loro tornaconto e anche con tante difficoltà e grattacapi per quanto riguarda alcuni aspetti relativi alla reimmissione dei mezzi sul mercato (vedi il rispetto delle norme di sicurezza). I piazzali sono pieni di mezzi usati, lo sappiamo tutti, ma bisogna anche riflettere su come si è arrivati a questa situazione. La professionalità di un dealer, la sua capacità di stare sul mercato, la si vede anche in frangenti come questi… E infine ci sono loro, gli agricoltori (a cui, per molti aspetti, possono essere assimilate le imprese agromeccaniche). La nostra Rivista si occupa di macchine agricole, ma il ruolo di chi coltiva la terra, conduce allevamenti, pratica orto-floro-vivaismo, va ben oltre: scelte strategiche su produzioni, rotazioni, sistemazione del territorio, interventi sul paesaggio, impiego di mezzi tecnici (sementi, mangimi, fertilizzanti, prodotti fitosanitari), gestione delle acque e dei reflui… Tutto ha un impatto enorme sull’ambiente, decisivo in termini proprio di sostenibilità.Tutto quindi dovrebbero avvertire una sorta di dovere morale di porsi il problema; tale dovere non è però univoco, a carico solo dei soggetti citati. Se costruttori, dealer e agricoltori sono invitati a considerare con attenzione la sostenibilità del loro operato, va da sé che qualcuno li deve a loro volta sostenere, assistere, in questa che si potrebbe definire una mission. E allora, in definitiva, beninteso nell’ambito delle proprie prerogative, competenze e potenzialità, chi gestisce la cosa pubblica dovrebbe farsi carico del problema, senza se e senza ma, in modo serio, efficace e continuativo. Quanto riusciremo ancora ad attendere fiduciosi?

di Domenico Pessina

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