Il drone, questo sconosciuto

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La sua denominazione ricorrente, di origine anglosassone, è l’acronimo UAV ovvero Unmanned Aerial Vehicle, che tradotto farebbe più o meno “veicolo aereo senza uomo (a bordo)”. E’ definito anche aeromobile a pilotaggio remoto. L’impiego dei droni è ormai consolidato per usi militari, ma sta conoscendo un tumultuoso successo anche per applicazioni civili. In generale, viene sfruttato per mansioni “3D” (Dull, Dirty and Dangerous), ovvero noiose, sporche e pericolose, come ad esempio prevenzione e intervento in emergenza incendi, interventi di sicurezza non militari, sorveglianza di oleodotti, per telerilevamento, aerofotogrammetria e monitoraggio dell’ambiente, delle calamità naturali, della fauna, della biodiversità, ecc. La sua applicazione più comune è l’effettuazione di fotografie e videoriprese con prospettiva aerea. Il nome “drone” è sempre inglese, e sembra avere una duplice origine, comunque legata agli insetti: infatti, oltrechè “ronzio” il termine significa fuco, cioè il maschio dell’ape, che notoriamente rispetto alla sua dolce metà è piuttosto passivo. Infatti,  nel primo periodo della sua diffusione, il drone veniva usato quasi esclusivamente come bersaglio per esercitazioni militari. La storia recente ha però visto un graduale riscatto dei droni, che sono passati velocemente da bersagli a veri e propri protagonisti dell’aviazione mondiale.

I modelli oggi più diffusi si basano sul principio dell’elicottero, ovvero sono dotati di un certo numero di eliche, di solito da 4 a 8, posizionate in modo simmetrico su una circonferenza intorno al corpo del velivolo, nel quale o sul quale sono montati i sensori o le apparecchiature per rilievi e riprese. Sono quindi definiti quadricotteri, esacotteri, eptacotteri, ecc. proprio in funzione del numero di rotori di cui sono dotati. Le eliche vengono fatte ruotare da motori elettrici alimentati a batteria, così come la medesima batteria (o un’altra autonoma) permette il funzionamento della sensoristica e della strumentazione caricata a bordo. Il vero valore aggiunto del drone è però la capacità di essere completamente comandato a distanza via radio, con segnali di frequenza molto alta. Il volo dei modelli simili agli elicotteri non supera mai la quota di qualche decina di metri da terra, ad una velocità di qualche decina di chilometri all’ora. Il principale problema tecnico è l’autonomia, che è necessariamente limitata a qualche decina di minuti, in relazione alla massa, altrettanto limitata, che deve avere la batteria che fa funzionare i motori dei rotori.

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Nel mondo agricolo i droni sono entrati di recente, ma di prepotenza. Soprattutto per applicazioni di monitoraggio nell’ambito dell’agricoltura di precisione. I droni infatti offrono diversi vantaggi sui satelliti, perché possono far scattare immagini con una risoluzione di pochi centimetri per pixel, fornendo in tal modo una valutazione molto più dettagliata dello stato della coltura, ad esempio in termini di crescita delle piante, stress idrico, carenza di azoto, presenza di patogeni. Inoltre, volando ad un’altezza massima di poche decine di metri, le immagini acquisite non sono influenzate dalla presenza di nuvole, consentendo il montaggio a bordo di sensori di diverso tipo, per un’ampia varietà di analisi su colture diverse.

Ha suscitato un certo interesse una nuova applicazione messa a punto di recente dalla Comal, il braccio commerciale dell’Associazione mantovana allevatori, che di fatto rappresenta il primo caso in Europa di impiego dei droni nella lotta biologica alla Piralide del mais. In pratica, le uova dell’organismo antagonista, il Trichogramma brassicae vengono confezionate dentro sfere di cellulosa biodegradabili, facilmente distribuibili attraverso un distributore automatizzato montato sul drone. La capsula viene rilasciata a volo radente a un metro sopra l’apice della pianta di mais; entro 15-20 giorni si sviluppano le larve per la lotta biologica, con nascite scalari fino a 3 generazioni, da inizio luglio a fine agosto. I risultati, ma soprattutto i costi, sono equiparabili a quelli che si ottengono con i tradizionali trattamenti chimici, con il vantaggio però che la distribuzione può avvenire con la massima tempestività, anche con terreno bagnato, quando il trampolo non può entrare in campo.

Così come quella illustrata, con l’evolversi della tecnologia (e soprattutto la riduzione dei costi…) è probabile che saranno messe a punto molte altre applicazioni dei droni. Non a caso, autorevoli esponenti di questo mondo hanno affermato che proprio l’ambito agricolo sarà quello che probabilmente beneficerà maggiormente di questo sviluppo.

A questo punto, le idee, alias la discussione, è aperta…

A cura del Prof. Domenico Pessina, Direttore Tecnico di Macchine Agricole

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